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Alcune mie recensioni di libri, spettacoli e cinema

Recensione delle poesie dell’autore Marcello Soro a cura di Carmela Gabriele

Può una poesia farci sentire ad un tratto profondamente calati in un mondo talmente reale da sembrare quasi tangibile, facendoci provare sensazioni forti e nello stesso tempo gradevoli come carezze all’anima o efficaci come pugni sferzati contro l’ingiustizia sociale, a volte cosparsa di ingrata ipocrisia?

Si, questo può accadere, lasciandoci sorpresi e a momenti catturati da attimi di costruttiva riflessione, leggendo le poesie altamente intimistiche ed esistenziali, nonché quelle più leggere ed innovative per stile qualche volta dal carattere prosastico, chiacchierato dell’autore Marcello Soro.

Perché in ogni sua lirica è racchiuso un mondo fatto di concretezza ed esperienza, in cui il protagonista - poeta si lascia andare con così grande facilità e genuinità da creare un quadro unico, irripetibile nella sua veridicità descrittiva e sostanziale, dando vita ad un genere di poesia che definirei “palco poetico vissuto pronto da respirare e rivivere con la mente per il lettore più attento”, una sorta di poesia – teatro molto evidente in alcuni sonetti, come ad esempio quelli in romanesco, in cui si decantano e insieme rimpiangono le bellezze di una Roma ormai deturpata da una mancanza di rispetto e indifferenza totali.  L’autore crea proprio poeticamente dei mini – monologhi minuziosamente curati nelle rime e arricchiti da metafore ed allegorie di immediato effetto che non scadono mai nella volgarità, ma piuttosto denotano raffinatezza retorica.

L’amore viscerale per la propria famiglia, l’attaccamento ostinato e fiero alla propria terra, il senso di vuoto che talvolta piega l’autore, soprattutto di fronte ad una società animata da maschere più che uomini in carne ed ossa in alcuni particolari contesti o sfortunate occasioni, senza però mai togliere in lui l’Amore, la fiamma più potente contro ogni male e cocente dolore, il desiderio di dare una “ragione” alla religione, liberandola dai preconcetti che girano attorno ad essa da secoli e la venerazione per la donna, sacro tempio del mistero della nascita, sono le tematiche più affrontate da lui.

Affrontate tutte con estrema sensibilità ed un innato senso di pudicizia per quelle più delicate, non disdegnando la vena poetica sarcastica per denunciare le brutture esistenziali che vanno assolutamente estirpate come tumori maligni per rendere il nostro mondo migliore, o per lo meno tentare di farlo in mezzo ad un pozzo nero di egoismo e apatia.

Marcello Soro, avvicinandosi per taluni aspetti familiari e quasi intrisi di tentativo nascosto di psicanalisi alla poesia di Umberto Saba, un vero fautore del realismo poetico, si mostra portatore di un inestimabile dono: saper parlare con il cuore in mano a tutti, senza perdersi in inutili smancerie letterarie e far affezionare per i suoi insegnamenti morali di uomo puro ed idealista, nonché di guerriero quotidiano dell’esistere, i lettori più duri ad aprire la loro anima. Cosa molto complicata nel nostro secolo in cui la corazza spesso prevale per non dover ammettere che ci sono persone che sono diverse per limpidezza interiore maggiore dagli altri e possono non deluderci, mostrandoci la medaglia più bella della realtà con cui stiamo perennemente a scontrarci.

Recensione dell’opera musical “Madam Senator” a cura di Carmela Gabriele

31 Maggio 2014, ore 21 circa, Teatro Greco di Roma: nell’immensa e splendente sala teatrale, una folta schiera di spettatori è fremente ed ansiosa di vedere un’assoluta Prima Internazionale, il Musical “Madam Senator”, indubbiamente dal titolo che scotta e fa già presagire grossi colpi di scena, opera in due atti di Mario Fratti, rinomato per i 7 Tony Awards strappati con lo spettacolo Nine, adattato registicamente dalla camaleontica Giosiana Pizzardo ed incorniciato dalle melodie travolgenti di Tiziano Bedetti. I minuti scorrono e si aspetta ancor più trepidanti l’inizio di questo spettacolo messo su dalla prestigiosa Compagnia Prima Donna Esemble, avvalendosi delle coreografia di una giovane e talentuosa coreografa, Nazarena Gulinazzo. La tensione sale al massimo, fino a che una musica incalzante ed allegra preannuncia che la macchina magica del teatro sta per prendere la rincorsa, e dietro, tra lo svolazzar del sipario blu elettrico, come se ci fossero tanti cavalli di razza scalpitanti, si percepisce il chiacchiericcio entusiasta degli attori, misto a quello più simile ad un formicolare chiassoso del pubblico. Fino a che tutto non si dissolve, improvvisamente rapito dall’attenzione rivolta al sipario che finalmente si apre, lasciando spazio alla scena alquanto variopinta che come un quadro animato vigorosamente si spiega con un balletto energico e sensuale, su un ritmo incalzante messo in atto da attrici e corpo di ballo.

L’ambientazione, visti i vestiti piuttosto striminziti e pacchiani, si intuisce subito che è quella di una comune casa di tolleranza, popolata da quattro giovani prostitute, un po’ stanche dei capricci e delle angherie dei loro frequentatori abituali, quattro ragazze con storie pesanti e diverse alle spalle, ma accomunate tutte da un nascosto desiderio di normalità quotidiana, afflitte dagli insulti e giudizi affrettati della gente perbene, ma capaci di non darlo a vedere attraverso la loro sfacciata maschera sarcastica. Mentre si sfogano tra di loro, interrotte a tratti dalla giocosa simpatia del figlio più piccolo della loro datrice di lavoro, Madam, ancora all’oscuro di quali incontri erotici avvengano all’interno di quelle mura in cui vive spensieratamente, e dalla visita inaspettata della sorella di una di loro, Mercedes, ragazza timorata di Dio, vissuta tra le pareti di un severo collegio, intonando una bellissima aria da soprano entra lei, Madam (Giosiana Pizzardo), nel suo lussureggiante abito lungo verde, con le sue forme tonde ed invitanti ed i suoi lunghi capelli biondi, da tutte riverita. Contagiosa per la sua parlata genuina e spicciola, vigorosa per la forza con cui affronta da tempo i problemi del mestiere di tutti i tempi, la meretrice, con una ricca borsa della spesa in mano (nonostante tutto Madam è una donna come qualsiasi normale casalinga, che pensa alle faccende di casa e senza timore si mostra in pubblico a comprare ciò che serve) incita tutte a darsi da fare e cerca di accontentare a malincuore un suo vecchio cliente, presunto padre di uno dei suoi due figli.

Le musiche, a tratti riecheggianti nostalgiche commedie western americane, i balletti sempre più vorticosi e seducenti, inscenati da ballerini ed attori con la medesima disinvoltura, si susseguono, mentre nuovi personaggi si presentano al pubblico: Gordon, il figlio maggiore di Madam, spietato Don Giovanni dei nostri giorni e misogino per forza di cose, avendo a nausea i bordelli, che sorprende il pubblico con un rap coinvolgente, carico della sua rabbia repressa ed insolenza giovanile; la candida Mercedes, che in una scena molto cruda si intravede stuprata su un tavolo nel soggiorno da Gordon; il giornalista alla caccia accanita di scoop, che intervista l’antagonista di Madam, il Senatore Johnny, un vecchio lupo famelico di successo e denaro, affiancato da una losca moglie, vestita volgarmente di tinte accese, presumibilmente in tempi andati una prostituta di campagna arricchita con questo matrimonio succulento, che non esita ad amoreggiare nella piazza pubblica in cui il marito sta facendo la sua intervista con l’affascinante rampollo del bordello, Gordon.

Ed è proprio con l’uscita dell’aggressivo Senatore che incominciano i guai per la bella Madam, poiché tra i suoi progetti per rinnovare la città dopo le elezioni che ritiene presuntuosamente già vinte, c’è quello feroce, deciso di far chiudere tutte le case di tolleranza degli Stati Uniti e cacciare via le “puttane”, come ribadisce con cattiveria in più interventi. Emerge così l’eterna lotta tra sesso e potere, che in fondo reale lotta non è mai stata, ma solo un simbolo per calcare il proprio terreno e mostrare chi è veramente il “padrone” del popolo. Lotta che Madam, ferita nel proprio orgoglio insieme a tutte le sue care ragazze, tra cui anche un bislacco “travestito” che si fa notare soprattutto dal pubblico in sala per la sua immensa capacità mimica nell’ammiccare dolcemente, si intestardisce ad intraprendere e vincere fondando il PDP, ovvero il Partito delle Puttane, che sicuramente riuscirà a prendere molti voti dalla clientela maschile.

E su questo sfondo caldo, a momenti tutto è reso più leggero e svampito dall’annuncio di un usciere - volutamente strampalato nel pronunciare le parole - di sua Eccellenza Vincenzino Parte Seconda, ironica personificazione della Chiesa e simbolica immagine estetica del Cristo per gli abiti che indossa, con la sua barba e lunghi capelli che occultano perle di antica saggezza, figura che ogni volta strappa risate assordanti e l’assenso degli spettatori per la sua personalità forte e ben radicata nel contesto della vicenda nella sua chiave dissacratoria, ma mai scadente nel volgare verso la cristianità. Si chiude il primo atto del Musical. Pochi attimi di attesa, resa più viva dalla bellezza e valore dell’opera finora assaporati, per poi ridare il lancio alla scena con il sipario che si riapre su una Madam afflitta ed amareggiata come non l’avevamo mai vista, che ritrova un barlume di speranza alla miracolosa comparsa di lui, bello ed aitante scrittore italiano, Chuck (Alex De Vito) che ha sentito molto parlare di lei ed avendola seguito con fervore da tempo, vuole darle una mano nella sua campagna elettorale, scrivendo vari articoli su di lei e facendola conoscere da più persone possibili per quello che ha dentro, al di là delle chiacchiere di invidiosi e puritani, alimentate dal Senatore e dalla sua ipocrita consorte.

Ed un duetto emozionante, commovente ed affiatato tra Madam e Chuck, intonato tenendosi dolcemente per mano, sancisce il nascere di un sentimento puro ed intenso tra i due personaggi, provenienti da mondi differenti, ma collimanti nei buoni principi verso l’esistenza. Madam, rinforzata dall’amore rivelatole con tenerezza da Chuck, incurante di tutti i pregiudizi bigotti che costelleranno questa relazione, si scontrerà a questo punto quasi senza ritegno verso chiunque abbia una parola malvagia verso di lei o abbia commesso misfatti, come suo figlio Gordon, che vorrebbe cavarsela senza pagare per la violenza su Mercedes, e dopo l’esuberante botta e risposta in virtuosismi vocali con la sgualdrina del Senatore, da cui ne uscirà di gran lunga vincitrice per la sua pronta favella, alla fine riceverà il premio più grande per la sua tenacia: la vittoria delle elezioni in tutti gli Stati d’America, tra il livore di furore del Senatore e della sua consorte, smascherata nella sua vera natura di ex- puttana da Madam.

Il finale è vicino ormai, anticipato da uno scatenato e spettacolare gospel di sua Eccellenza Vincenzino Parte Seconda, vero padre a sorpresa di uno dei figli di Madam, sfatando il mito dei preti immacolati, e la rivelazione che l’altro è figlio naturale del Senatore, uno dei sporcaccioni più incalliti di Madam con la faccia da salvatore del mondo ben mostrata per fregare il popolo stimato imbecille al momento di votare, e la padrona del bordello è ormai pronta a rinascere chiudendo battenti, per approdare a nuovi scenari. Scenari poco lussuriosi, che la vedono con le sue amate ragazze magari alle prese con una casa di moda o qualcos’altro di altrettanto onesto che saprà inventarsi, pur di “vivere” pienamente la vita che non ha mai avuto. Accanto all’uomo dei suoi sogni, il nobile Chuck, che ha saputo vedere in lei la donna di temperamento e generosità immensi piuttosto che la puttana da strapazzare sfruttando fino all’osso una notte. Con un’arietta scoppiettante e divertente, che incita a cantare e a godere l’esistenza con il sorriso sulle labbra, Madam saluta il suo pubblico che ha gioito, pianto ed acclamato con lei.

Musical che come un’onda avvolgente ti porta via con sé, facendo vagare la mente per universi onirici mai raggiunti, agognati però nel buio della propria anima. Musical diviso benissimo nelle scene, catturando fino alla fine l’attenzione dello spettatore incollato alla poltrona per gli effetti speciali creati con la commistione di buona recitazione, canto e danza. Un cast eccezionale, formato da attori giovani e meno giovani, che hanno dimostrato di amare visceralmente il palco, essendo sempre presenti nell’atto di recitare, da omaggiare dal primo all’ultimo per come si sono dati al pubblico. Perciò grazie di cuore a Giosiana Pizzardo, Alex De Vito, Roberto Giacomelli, Alberto Mancini, Anna Salvi, David Marchetti, Monica Albertin, Alice Traini, Sara Melandri, Lucia Neri, Katia Mazzoleni, Gioele Calderoni, Giancarlo Di Giacinto, Paolo Garavello, Gabriele Traini, Giosuè Calderoni e Fabrizio Giandotti. Ci avete fatto innamorare del teatro!

Recensione del cortometraggio “L’operaio dei sogni” diretto da Pio Ciuffarella a cura di Carmela Gabriele

Una musica dolce e rilassante, il suono fragoroso, rigenerante per l’anima delle stupende cascatelle di Chia, con tanti primi piani e dettagli della natura lussureggiante di questo incontaminato paradiso nei pressi di Soriano nel Cimino. Ecco l’ammaliante apertura del cortometraggio “L’operaio dei sogni”, diretto con profonda sensibilità e grazia dal regista Pio Ciuffarella, un solenne omaggio alla grande figura del poeta Pier Paolo Pasolini, ucciso ferocemente nel pieno della sua fama letteraria ad Ostia Lido 37 anni fa. Altri suoni fanno da sfondo alla vicenda interiore di rimembranza del primo personaggio della storia entrante in campo, ossia lo scrittore e critico letterario Andrea Mariotti, interprete egregio di se stesso, riflessivo e moderato nelle movenze e discorsi, e sono: quello di una vecchia caffetteria da lui adoperata tutte le mattine, che per ben due volte fischia minacciosa, riversando poi tutto il suo contenuto sulla cucina per la sua sbadata dimenticanza, e quello del telefono che squilla ripetutamente a ricordargli i suoi doveri di uomo di cultura. La telefonata di due studenti universitari che vorrebbero ripercorrere i luoghi più significativi di Pier Paolo Pasolini con il suo aiuto competente, ai fini di una loro approfondita ricerca, sono un’ espediente geniale usato dal regista per far svegliare improvvisamente dalla sua aria assente e trasognante Mariotti, rimasto fortemente legato al ricordo del noto scrittore. 

Numerosi gli effetti sfocati della macchina da ripresa quando si sofferma sul dettaglio della caffetteria e successivamente dei libri custoditi nello studio ordinato di Andrea Mariotti, a voler preludere all’atmosfera onirica e quasi surreale che caratterizzerà l’intero film, donandogli un tocco lirico e allo stesso tempo evocativo, molto fedele alla concezione artistica pasoliniana. Centrale per la comprensione della vicenda l’immagine in cui Mariotti al computer scorre con nostalgia tutte le immagini di Pasolini, fino a restare incantato da una che lo raffigura giovanissimo … A questo punto il regista innescherà abilmente una serie di immagini in cui fa da padrone un Pasolini appena ventenne che passeggia ammirato e a passo spedito per le strade del centro di Roma, interpretato con superbia e nel contempo fragilità da Paolo Di Santo, che ha dato prova di evidente maturità nel ruolo, oltre che di una certa scioltezza.

Quella vecchia foto riporterà Mariotti a sentire viva la sua anima e a vederlo in carne ed ossa davanti a sé, fuori al giardino di casa sua, dopo che un ennesimo rumore prima lo ha distratto, ossia lo squillo del suo cellulare, sul quale compare il nome della studentessa che lo aveva contattato già in cucina, Nerina. Ed è proprio andando incontro a lei e al suo collega, interpretati in modo particolarmente realistico da Francesca Silvestri e Manuel Santilli, due attori giovani molto attenti all’espressività del volto e del corpo, oltre che alla cura della voce, che Andrea Mariotti vedrà correre Pier Paolo Pasolini, spaventato dal fatto di essere entrato a far parte delle ossessioni di questo uomo di lettere come lui, e verrà ritenuto folle dai due giovani, che non vedono nulla. Inizierà allora la parte più avvincente del cortometraggio, in cui Mariotti rincorre fino alla Stazione Termini Pasolini e cercherà di convincerlo del suo immane amore per la sua arte e del fatto di essere un suo fedele seguace recitando a memoria i versi di una sua poesia, che il giovane Pasolini rapito si ritroverà a recitare insieme a lui, quasi sfidandolo in un duello poetico martellante. Pasolini, commosso da tanta stima, si siederà ad un certo punto accanto all’uomo vivamente provato e gli toccherà amorevolmente una spalla, chiedendogli chi è, quasi a volersi rammentare di lui, ma la paura di essere motivo di persecuzione per la mente di Mariotti, lo farà fuggire per una seconda volta. Sarà la bottega di Silvio Parrello, l’ex ragazzo di vita, assai verace e simpatico nel ruolo di se medesimo, dotato di una discreta mimica facciale, l’altro scenario imponente di questa storia per la fermezza con cui asserisce ai due studenti che sono andati a trovarlo di sapere chi ha ucciso lo scrittore.  Notevole la passionalità con cui, spinto da una forza superiore ed arcana, recita a memoria l’articolo sulle stragi di Pasolini, dove a suo parere sono racchiusi tutti i misteri sulla sua morte. Questo proprio sotto gli occhi della giovane anima dello scrittore riesumata dal ricordo di Mariotti, che ascolta, attonita e non vista da nessuno, la triste verità. Molto suggestiva l’immagine girata tra i boschi della frazione di Chia, luogo che ha dato il via a questo romantico sogno cinematografico, in cui Pier Paolo comincia a camminare a passo veloce e a momenti con lo sguardo adorante di quel rifugio di pace che lui nel 1964 scelse come location per il suo film “Il vangelo secondo Matteo”. Qui si recheranno anche Silvio e i due giovani forse sulla scia del suo spirito e rivivranno tutta l’emozione della scena del battesimo di Gesù su se stessi, fino a che… il giovane Pasolini non sarà visto anche da Parrello ed un lungo, silenzioso abbraccio suggellerà questo magico ed insperato incontro. Nella scena conclusiva, in cui pure i due studenti riescono a vedere felici l’immagine di Pasolini da giovane, egli scriverà un messaggio su un pezzo di carta che regalerà all’acqua, dopo averci fatto con esso una barchetta, la stessa già ripresa prima in dettaglio dal regista su uno scaffale in mezzo ai libri nello studio di Mariotti a voler provocare quasi lo spettatore , inducendolo a pensare che non è stato poi tutto un sogno. Ed Andrea Mariotti, proprio in quell’istante, si sveglierà bruscamente dal suo viaggio nel passato. Ci sarà così il ritorno alla vita di tutti i giorni ripreso magistralmente con la  scena del telefonino che squilla con su impresso il nome di Nerina.

Va riconosciuto il grande lavoro e merito di  Pio Ciuffarella, coraggioso nell’aver ideato  un cortometraggio di grosso spessore culturale e valore, reso speciale dall’interpretazione dei singoli attori, che sentivano in maniera densa il desiderio di rendere un degno regalo allo spesso dimenticato Pasolini, scrittore che fu scomodo per le sue idee politiche a molti.

Recensione del romanzo “Ti racconto di lei” di Alessio Follieri a cura di Carmela Gabriele

Può una storia raccontata da uno scrittore cambiarti per sempre la vita ed aiutarti a comprendere meglio quali potenzialità dal sapore ultraterreno alcuni di noi hanno radicate in se stessi e quanto bene potrebbe essere elargito ai nostri compagni di viaggio sulla Terra?

Prima di leggere questo illuminante romanzo del grande autore Alessio Follieri, ossia  “Ti racconto di lei”, sicuramente no, perché ciò che è stato meticolosamente narrato è un mondo all’apparenza irrazionale per certi accadimenti straordinari, ma tangibile attraverso esperienza vissuta con forza da chi ha incrociato sul suo duro cammino esistenziale la radiosa protagonista!

Già, radiosa in quanto non si potrebbe definire altrimenti Stella, prima bambina dalla profonda saggezza tipica dei grandi, ancorata saldamente alla figura della nonna Marisa, donna tutta d’un pezzo d’altri tempi, eppure dentro morbida come un cioccolatino pronto a sciogliersi per l’affetto incommensurabile nutrito per la nipotina, ritenuta da molti “anormale” per alcune sue caratteristiche fisiche e l’incapacità di parlare,  seppur grandicella. Stella dai profondi occhi neri, occhi che penetrano nell’anima e nel corpo, che soffrirà da adulta come un cane martoriato per la morte della nonna, l’unica che veramente l’aveva percepita per il suo dono rarissimo di curare con la sua energia chi stava molto male e l’aveva sempre stimata, coccolata, difesa e mai giudicata. Stella, che nemmeno la mamma voleva riconoscere per la sua preziosa rarità.

Chi incontra la protagonista con le sue fragilità ed insieme grandi capacità terapeutiche che sono la sua unica, inesauribile forza e coraggio, oltre che inspiegabile mistero di madre natura, fatta di luce e connessioni istantanee col resto dell’Universo, non può fare a meno di restarne affascinato, e poi amarla a prescindere da tutto. Stella sarà un po’ la guida per un giornalista, Fabio, che ha dovuto patire psicologicamente tanto sin da ragazzo per la smoderatezza del fratello, e quando in una situazione di dolore fisico sarà indirizzato da lei e guarirà grazie al suo immenso potere, la seguirà in tutto ciò che fa per alleviare le pene dei malati. Questo perché lui, da sempre occupatosi come per uno scherzo del destino solo di questioni scientificamente dimostrate, verrà ora a conoscenza che c’è di più, qualcosa che probabilmente ha le sue origini nel divino e solamente così potrebbe essere possibile.  Certo nel romanzo non manca una densa vena di scetticismo da parte di alcuni di coloro che chiederanno l’aiuto naturale terapeutico di Stella, costoro abbandoneranno le sue terapie e si lasceranno andare o seguiranno la vecchia strada che già non aveva dato buoni frutti. Però la cosa bella della storia è che Stella non li dimenticherà mai, anche se da lontano seguirà il loro percorso fin dove potrà e cercherà di mettersi nei loro panni, panni di persone che non hanno voluto aspettare e credere nel regalo stupendo della guarigione.

Alessio Follieri, mediante uno stile raffinato ed estremamente semplice nelle strutture dei periodi, uno stile proprio per questo speciale, poiché arriva al cuore di tutti i lettori velocemente, è riuscito a creare uno dei romanzi più suggestivi e profondi di questo secolo. Pochi tratti da sapiente pittore nelle descrizioni per presentarci gente umile, che lavora con dedizione la terra ed è detentrice di sani valori, quella da cui ha avuto l’educazione, oltre che i natali la dolce e al contempo fortissima generatrice di benessere e vita che anima le pagine di questo bellissimo libro molto simile ad un film, Stella. Un abbraccio metaforico e caloroso va indubbiamente a lei, che ci ha tenuti per mano, mentre vivevamo le sue avventure di bambina con il gatto sornione della nonna, con i piccoli simpatici o impertinenti amici, con i paesani un po’ goffi e genuini, fino al suo maturo ed impervio percorso di adulta osteggiata dai professoroni per il suo dono definito dai più ignoranti “magico”, dono che nonostante il suo carico non le ha impedito di farsi una famiglia e di dedicarsi ad essa con sacrificio ed indicibile amore. Grazie infinitamente Alessio Follieri per avercela fatta conoscere, lei è un po’ noi quando vogliamo trovare la forza di reagire da combattenti al male, sperando di superare tutto mediante la forza risanatrice della natura!

Recensione del libro "Dove l'amore può tutto" di Giovanna Melita a cura di Carmela Gabriele

Scorrendo le righe delle poesie che costituiscono la raccolta di "Dove l'amore può tutto" trapela da subito una forte sensibilità e la voglia di indagare le cause nascoste per cui si soffre o si gioisce tanto nella vita, sicuramente doti rafforzate durante il periodo di malattia dell'autrice. Ogni poesia è scritta in maniera semplice e con stile classico, e tratta con coscienza dei fatti le tematiche più importanti per l'universo femminile, ossia l'amore, la separazione di due coniugi, il valore sano delle figure del padre e della madre, la gioia di essere zia e nonna, come pure il dolore per la malattia, il desiderio di conoscere la verità e amare la cultura, la malinconia per il passato e la forza dimostrata nel presente.

Tutto viene riferito con garbo e delicatezza, a volte andando più a fondo, perchè si è provato di più sulla propria pelle. Le liriche sono gradevolissime da leggere e danno un messaggio di immane speranza e felicità.